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mercoledì 21 aprile 2010

Quando ti cade vicino.

La realtà è tante cose.
E' un giorno che nasce, è un tramonto, è una cascata, è un dolore, è un albero che cade.
Quando ti cade vicino, fa un gran rumore, lo senti rompersi mentre crolla.
Muove l'aria attorno a te, senti i suoi rami piegarsi e spezzarsi: fa un gran rumore, quando ti cade vicino.
Ma quanti cadono lontano da noi e non li sentiamo?
Eppure la rottura c'è lo stesso, il devastante effetto su tutto attorno è uguale, ma noi non lo sentiamo: forse non siamo capaci di ascoltarlo, perché la sua eco, a starci attenti, ci arriva.
Ecco, in questi giorni è caduto un albero, ed ha fatto un gran rumore vicino a me, risvegliando paure ed istinti, ponendomi per un momento in grado di sentire gli altri alberi cadere.
Un vecchio pioppo, sul letto del fiume, ormai scortecciato e stanco cade e regala le sue fibre al fuoco di una stufa: sa ancora dare, nel suo ricordo.
L'albero caduto vicino a me non era stanco, ma ancora ricco di foglie verdi, con radici profonde, radicate in una gioia di vivere che risplendeva come i suoi fiori.
Aveva piantate nella terra radici fatte di valori riservati, personali, che teneva con cura per se  e che le davano la solidità e la stabilità che da fuori si vedeva.
Eppure è caduto.
Sotto i colpi sapienti che la fretta del vivere assesta ogni giorno.
Scavato al suo interno da un tarlo inarrestabile che alimentiamo quotidianamente incuranti e sordi al grido che tanti alberi tendendo i loro rami ci mandano.
Sappiamo muoverci veloci, scaltri, aggiriamo ogni ostacolo che ci fa fermare a pensare, che ci rallenta, ciechi e sordi verso gli effetti che questa frenesia ci causa.
L'albero caduto ha lasciato nei suoi germogli la luce dei suoi rami più alti, ma ora loro, ancora confusi dal rumore, dovranno saper crescere e resistere al vento non più protetti com'erano dal giovane, ma forte, albero.
Accanto un tronco, ora spoglio la dove i suoi rami s'intrecciavano con le fronde cadute e con loro danzava al vento.
Ammutoliamo al rumore di questo albero che cade, ed in cuor mio vorrei che questo frastuono non finisse mai, che risvegliasse in noi il desiderio di rallentare, di saper ascoltare quanti altri alberi, non ancora pronti per il fuoco, cadono, lasciando germogli spersi e compagni soli.
Un buco si crea nel bosco.
Presto le erbacce della quotidianità nasconderanno il vuoto ed il vento tornerà a soffiare, il rumore si allontanerà e noi andremo avanti.
Rallentiamo, fermiamoci.
Osserviamo se serve un aiuto ai germogli che crescono, non lasciamo dondolante il tronco sfrondato, perché nella fitta rete delle radici tiene stretti i valori di chi è andato, e con coraggio e forza continuerà a crescere e fiorire.
Alzo lo sguardo, non mi manca nulla, ma vedo attorno a me tanti alberi ancora pieni di frutti da donare, curvi su se stessi, cadenti: a loro il mio pensiero e la mia preghiera.


Ciao Amico mio,
sono vicino a te con il cuore e con la forza che ci hai regalato.
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martedì 20 aprile 2010

Eyjafjallajokul, lo spettacolo della natura.

Al di là dello stop dei voli, al di là dei disagi.

Lo spettacolo della natura, che ancora una volta si dimostra di gran lunga superiore a noi piccoli uomini.

Crediamo davvero di essere i padroni, qui, sulla Terra?

Forse l'eruzione del vulcano Eyjafjallajokul è un altro mesasggio che Gaia ci da per ricordarci che siamo Ospiti, non i padroni di casa.

Pensiamoci, perché la Terra in un attimo ha paralizzato un continente.

Grazie a http://www.telegraph.co.uk da cui ho preso le immagini ed il link.

Cris
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Acqua azzurra Acqua C(hi)ARA ...

Segnalo un collegamento al sito www.acquabenecomune.org dove si possono trovare informazioni e dati relativi alle proposte di referendum contro la privatizzazione del tubo!!

Click per info

Ciauz
Cris
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venerdì 2 aprile 2010

La "RES PUBLICA"

RES PUBLICA. Non è da qui che dovremmo esser partiti?
Leggendo il blog di Domenico Barillà sul sito per la terza età Vivere in armonia mi è nato istintivo questo pensiero.
Ho avuto la fortuna di frequentare il liceo, e nonostante non fossi uno studente modello, esistono attimi che rimangono impressi in noi: io li chiamo i momenti salienti, quelli che il nostro cervello ritiene importanti da mantenere, ed ai quali assegna e rinnova, evidentemente, un livello di priorità che non li fa affondare.
Ecco, un mio momento saliente è la lezione in cui ho imparato che RES significa "cosa" e PUBLICA significa "di tutti" e che da questi due idiomi latini deriva la definizione della nostra organizzazione politica: una REPUBBLICA.
E' una cosa pubblica, nostra, e quando siamo chiamati a scegliere cosa farne delle "cosa nostra" permettiamo che la NOSTRA classe dirigente si scordi della mia lezione di latino e trasformi la RES PUBLICA in una "cosa privata", miopi e disillusi, forse ingannati:" non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere " mi diceva spesso mia madre, cercando di crescermi il più dritto possibile.
Inutile puntare il dito, credo occorra guardarsi attorno, togliere i paraocchi, e capire chi è l'altro possessore della cosa pubblica, e magari dirgli che se scende dal divano e spegne il televisore, intorno a lui esiste la cosa sua, e deve prendersene cura, con attenzione e non darla in mano a chicchessia.
Vorrei contarli quelli che sarebbero disposti ad affidare il frutto del proprio impegno ad un uomo che a stento ha raggiunto la maturità intellettuale.
I frutti del nostro impegno sono i nostri figli, i nostri risparmi, le nostre possibilità e potenzialità: forse occorre togliere il paraocchi: possiamo chiamarlo "televisione"?

Cristiano